Profilo

APPROCCIO ROMANTICO ED AL CONTEMPO PRAGMATICO ALL'IDEA

Lo studio Mariani Architetti, è uno studio di progettazione architettonica fondato da Fabio Mariani nel 1992, specializzato nell’invenzione di progetti di sviluppo sostenibile, sia a livello ambientale che economico. Nato e cresciuto nella contraddizione tra un’educazione d’impresa rigorosa e pragmatica ed un approccio personale ed intuitivo ai problemi, ha trasformato nel tempo tale duplicità nella caratterizzazione dello studio. Il risultato è quello di “trasformare le visioni in realtà”.

Il testo che segue, rappresenta una sorta di Manifesto dello studio:

NATURA E ARCHITETTURA, O NATURA È ARCHITETTURA

Per potere affrontare il tema riguardo al rapporto tra natura ed architettura, e per comprendere l’origine del nostro amore verso il verde e la nostra repulsione verso il grigio del cemento è indispensabile comprendere qual’ è lo scopo dell’architettura. È da prima della metà del secolo scorso che l’architettura ha troncato il dialogo con la natura e con l’uomo, dimenticando il proprio scopo.
Nel paradiso terrestre l’uomo viveva felice, in perfetta armonia con la natura, non aveva bisogno di coltivare i campi per mangiare, non servivano abiti, né case per proteggersi da un ambiente che non era ostile. In quel periodo l’architettura non esisteva o meglio l’architettura coincideva con la natura, l’architettura era rappresentata dalla visione idilliaca di un giardino, IL GIARDINO PERFETTO.
Con il peccato originale l’uomo rompe il patto con la natura che si trasforma da madre premurosa in matrigna. Il giardino perfetto, l’Eden, si trasforma in un luogo inospitale pieno di insidie e di pericoli. L’uomo per sopravvivere ha iniziato a modificare il territorio, nel tentativo di ricostruire artificialmente il modello del giardino perfetto evocato continuamente attraverso i miti, rispettando la natura, spesso temendola. Questo è accaduto indistintamente in tutte le culture e religioni, da quella cristiana, a quella musulmana ecc…
Possiamo quindi affermare che lo scopo principale dell’architettura sia di evocare il mito dell’eden attraverso l’uso di artifici.
Noi viviamo in un luogo ove la maggior parte dei paesaggi è artificiale anche quando pensiamo non lo sia . Non dobbiamo pensare ad un paesaggio artificiale solo quando guardiamo degli edifici in un quartiere o lo skyline di una città; l’agricoltura è un esempio chiaro di utilizzo estensivo di paesaggi artificiali. L’architettura per secoli ha ascoltato e rispettato i messaggi che il luogo le inviava.
Poi….
…le grandi scoperte geografiche, scientifiche ed in particolare lo sviluppo tecnologico degli ultimi due secoli hanno reso l’uomo più forte e sicuro nei confronti dell’ambiente, ma sordo ai messaggi che la natura continuava ad inviare.
Il movimento moderno, o meglio una errata e semplicistica lettura delle sue teorie, operata dai suoi seguaci e imitatori, rappresenta, in architettura, una sorta di monologo con la natura. Si è cercato di costruire un modello di sviluppo universalmente valido ma estremamente semplicistico al confronto della complessità e diversità degli ambienti con i quali intendeva raffrontarsi, basato metaforicamente solo su un non colore il grigio, e dando origine ad uno stile globalizzante: l’international style.
L’edificio come macchina perfetta che rappresenta la vittoria dell’uomo sulla natura. Un unico stile, un’unica tecnologia, pochi materiali sempre uguali. Grattacieli di vetro all’equatore( tanto c’è l’aria condizionata), tetti piani in alta montagna perché così è scritto nella bibbia del movimento moderno e così via. Il monologo continua… però Le Corbusier (il profeta di questo movimento ed audace sperimentatore quindi comunque da salvare) alla fine della sua vita ha detto: “life is right, and the architect is wrong”, la vita ha ragione, è l’architetto che sbaglia!
La vittoria della vita a colori sul grigio dell‘arido modello teorico di vita imposto dall‘alto.
A questo proposito risulta illuminante una celebre frase di Goethe che, quando gli chiesero quale fosse il suo colore preferito, rispose: “a me piacciono gli arcobaleni”.
Ci stiamo avvicinando ad una possibile soluzione del problema, che non rinnega il progresso tecnologico; è la stessa tecnologia che viene utilizzata in modo consapevole per riattivare uno stretto e rispettoso dialogo con la natura.
“Green over the gray” “il Verde sul Grigio” questo motto che appartiene al mio maestro l’architetto Emilio Ambasz, rappresenta in modo sintetico la necessità della nuova architettura di “ricoprire” le nefandezze di un recente passato e di riaprire un dialogo con la natura. Una nuova architettura che recuperi il suo significato originario di creatrice di giardini nei quali l’uomo possa riconciliarsi con la natura.
Come si ottiene ciò?
La risposta è: attraverso l’artificio, cioè attraverso il lavoro, le capacità tecniche ed inventive dell’uomo.
Per rendere possibile il sogno di un ambiente idilliaco, dobbiamo reinventare il concetto urbanistico basato sulla divisione dell’edificio dal contesto. In generale cambia la visione del paesaggio, non più la casa nel giardino, ma la casa è anche il giardino, non più gli edifici ed il parco divisi, ma gli edifici ed il parco che diventano un’unica cosa, non più la città e la campagna, ma la città che si fonde organicamente con la campagna. La matrigna che torna madre, l’utero come luogo in cui due vite coincidono.
Gli strumenti per realizzare una nuova architettura possono essere reperiti in parte in quella somma di tecnologie, regole del buon costruire, materiali, che molti chiamano Bioarchitettura, ma che sarebbe più opportuno chiamare tecniche bioedili, che non sono in grado di da sole di dialogare con la natura….
...L’ingrediente mancante per potere trasformare una somma di tecniche anche se “bio” in architettura è l’anima, l’invisibile che fa vivere la materia inanimata attraverso le emozioni.
L’invisibile per qualcuno viene dal cuore, per altri da un atto di fede, per me è un atto d’amore nei confronti della vita.